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Da Libro bianco.
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La critica è vera critica solo se è militante

left-avvenimenti 18 febbraio 2011


Intervista con Alfonso Berardinelli di


Simona Maggiorelli

Tutte le metamorfosi dell’intellettuale come oppositore. Da Alfieri a oggi. Parla il critico e studioso Alfonso Berardinelli, autore del pamphlet Che intellettuale sei? Professor Alfonso Berardinelli, in tempi di contaminazione fra culture diverse e lontane, che senso ha un’ identità italiana, come quella ideale per Francesco De Sanctis, in cui cultura e nazione coincidono? Di recente alcuni italianisti hanno attaccato la sua idea di letteratura e il suo patriottismo. A me pare un po’ tardi. Dopo un secolo e mezzo siamo troppo lontani per un normale confronto. De Sanctis è un grande classico e l’epoca in cui visse non è comparabile in alcun modo a quella attuale. Anche l’idea di primato con cui conclude la sua Storia della letteratura non può essere letta schiacciandola sul colonialismo dell’Ottocento o, peggio, sugli anni Trenta del Novecento. Di fatto lui credeva di vedere in Italia una rivoluzione nazionale, un grande dinamismo sociale, liberatorio, analogo a quello americano. E poi, non va trascurato, è stato il critico più linguisticamente democratico che abbiamo avuto. Non parla ad una elite ma a tutti, non c’è prosa critica più potenzialmente accessibile della sua. Come per Darwin, Marx, o Tocqueville è ridicolo prenderli alla lettera. Sono autori da cui imparare il più possibile, ma senza riportarli piattamente all’oggi. Nel volume Viaggio tra i capolavori della letteratura italiana (Skira) lei scrive che Alfieri crea «la figura dell’intellettuale come oppositore». Una genia in estinzione? Nessun intellettuale, prima di Vittorio Alfieri, si concepiva come oppositore. Nemmeno Giordano Bruno nonostante sia finito sul rogo. Non si consideravano “contro”, ma persone che dicevano la verità e non potevano tradire il proprio pensiero. Alfieri era un aristocratico fra illuminismo e romanticismo, per usare i termini della scuola. E aprì un baratro rispetto alla tradizione del letterato cortigiano succube del clero e del principe in cambio di protezione. Ha creato l’intellettuale come oppositore del potere; una figura che è durata da allora fino all’altro ieri. Anch’io, in qualche modo, sono cresciuto con quella idea. Perciò sono un po’ a disagio oggi. Anche se, in realtà, nessuna genia sparisce completamente: incontro trentenni che sono in sintonia con me. Ma più spesso si trovano giovani scrittori che “dialogano” con gli editori. Noi, invece, abbiamo perso almeno dieci anni di vita fuori dalle istituzioni. C’era l’idea di rivoluzionare un’intera società. Fare la rivoluzione bolscevica a Roma o a Milano…Idea dissennata,francamente non riesco a capire come ci siamo potuti intrattenere con questa idea per anni. Poi con la rivista Diario (1985- 1993), ora riproposta in un libro da Quodlibet, ci fu una cesura netta. Con Piergiorgio Bellocchio decidemmo di passare dal noi all’io. Lo dicemmo con la grammatica invece che con l’ideologia. Senza cancellare il disagio di vivere una realtà insoddisfacente, restringemmo la questione a una prospettiva individuale, perché, dai movimenti in poi si era determinato un forte conformismo politico. Per dirla con una battuta: i terroristi erano stati così “coerenti” da prendere alla lettera il rapporto fra teoria e prassi. Al punto da prendere il fucile. E qui veniamo all’oggi scandagliato nel suo pamphlet Che intellettuale sei? appena uscito per (Nottetempo). Accanto a intellettuali tecnici e critici, fotografa una categoria di moda: i metafisici. Ovvero? Metafisici puri sono Heidegger e Severino (in Italia). In senso più spurio lo sono anche Massimo Cacciari, Roberto Calasso e altri. E’ in atto una rivendita della grande tradizione occulta. Anche se non lo dichiarano. Ormai è evidente che Calasso vorrebbe essere non solo un indologo ma essere Vishnu o Shiva. Una volta dissi a Josif Brodsky: ho l’impressione che Calasso si senta un essere divino. Non era una battuta. E poic’è chi fa filosofia come fosse teologia… Come Massimo Cacciari, innamorato del «pensiero di rocca» di Maria Zambrano… Come Cacciari che fa un minestrone di tutto. Personalmente stimo di più Giorgio Agamben. Almeno scrive bene. Anche se, a volte, a metà del testo fa una gran capriola: per esempio quella lui chiama profanazione si scopre poi essere la restituzione del profano al sacro. Ma Agamben la chiama profanazione perché così si sente di sinistra.

A proposito di metafisici lei scrive: è «pericoloso non coniugare il verbo essere come fa Heidegger. Perché il teorico dell’«essere per la morte» ha influenzato tanto gli intellettuali di sinistra, a partire da Foucault? E’ un fatto di moda, ogni tanto ci sono questi accecamenti. Personalmente non penso che Heidegger sia un grande filosofo. Per me, “l’orco della selva nera” è un grande impostore. Come tutti gli impostori tace come un bramino. Non fa sapere nulla di sé. Non risponde alle domande, tutte percepite come improprie. Si è detto che Heidegger fosse un esistenzialista, ma lui riporta di nuovo la filosofia all’essenza, “all’essere”, non parla dell’esperienza di nessuno. Ma anche questa è una faccenda che fatico a far capire anche a chi non è heideggeriano. La maggior parte dei critici si trincerano dietro a un “non capisco la filosofia”. Io dico: “no, io la capisco” e mi indigno per quello che leggo. Il fondamentale fenomeno negativo, non solo politico ma anche morale, sociale e umano, è il nazismo. Heidegger non ha capito che il nazismo era il nazismo. Ora, se lui capisce i presocratici, se capisce Parmenide, ma non capisce Hitler, be’ allora non è un grande filosofo. Heidegger definì sprezzantemente «quel sociologo» Adorno che l’aveva criticato ne Il gergo dell’autenticità(Bollati Boringhieri) quasi che pensare il rapporto fra cultura e società fosse un fatto spregievole. Ma questa realtà di Heidegger l’ha compresa bene Levi certamente più di Hannah Arendt, sempre un po’ pietosa, sempre un po’ dubbiosa, verso il vecchio. Quanto a Emanuele Severino? Ha ripreso da Heidegger un concetto generico di tecnica. Per cui la tecnica sarebbe sia la zappa sia la bomba atomica. Ma se si parla di tecnica in generale e non si guarda agli effetti e al rapporto sociale che, di volta in volta, si fa con la tecnica allora Heidegger diventa un retore della lotta fra tecnica e essere. Ma questo essere con quale organo della conoscenza può essere raggiunto e conosciuto? Capita anche fra amici a cena che su questo si cominci a discutere. E io dico: “Se sei appassionato di essere, posa la forchetta e pensa l’essere se ci riesci. Ti do tre minuti”. Dopo un po’ chiedo: “Che ti è venuto in mente?”. “Nulla”, mi sento dire. L’essere “puro” privo di ogni determinazione è impensabile. Se loro vogliono parlare di essere devono accettare di dire che rimpiangono la mistica medievale che l’Occidente ha abbandonato. Allora vadano sull’Himalaya per quindici anni e se ci riescono, attraverso il vuoto mentale concepiscano il nulla. In questo nuovo pamphlet scrive anche che i metafisici vanno a braccetto con i tecnici. Oggi filosofi, cognitivisti e organicisti sembrano fare a gara nel propinarci un’idea della mente umana esemplata sul modello del computer. In un recente articolo mi è capitato di scrivere che il Novecento è passato per il secolo della psiche e che ora siamo passati all’epoca del cervello. Oggi si pensa il cervello separato dalla psiche quando è del tutto falso. Il funzionamento della memoria è determinato dalla psiche in larghissima misura. Arriviamo così all’ultima categoria: il critico. Come lavora quello “militante”? Il critico, come notava Fortini, è il contrario dello specialista: non vede il testo isolandolo da ogni altra cosa. Usa una prosa argomentativa, attingendo a vari strumenti, dall’elemento biografico a quello satirico. Il critico militante, insomma, è un critico che si occupa anche del sociale, in un certo senso qui torniamo a De Sanctis, perché la sua intera Storia della letteratura è una grande opera di critica militante, perché rilegge interamente alla luce del presente, E fortunatamente le generazioni più giovani hanno riscoperto la recensione, ma anche l’intensità di rapporto con il presente. Insomma la critica è un genere letterario, lo dico da anni, all’inzio mi si rivoltavano tutti contro. Ora comincia ad essere accettato.



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